USA: controlli più stringenti sul crypto mining e i consumi energetici correlati

Christian Boscolo
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L’Energy Information Administration (EIA) ha dichiarato che a partire dalla prossima settimana  raccoglierà i dati sul consumo energetico dalle società di crypto mining con sede negli Stati Uniti.

L’annuncio arriva dopo una richiesta di raccolta dati di emergenza approvata dall’Office of Management and Budget il 26 gennaio.

L’EIA ha pianificato di avviare un’indagine su alcuni miner di bitcoin precedentemente selezionati, che saranno obbligati a fornire i dettagli del loro consumo energetico.

Stiamo iniziando a raccogliere dati sull’uso dell’#elettricità da parte dei miners di #criptovalute statunitensi. Chiederemo i dati sul consumo energetico in modo da poter capire meglio la domanda di energia.

L’anno scorso, un piccolo gruppo di miners aveva addirittura chiesto all’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti di: “adottare politiche che obblighino le società di cripto-mining a rivelare il loro consumo energetico annuale”.

Questi dati sono cruciali e le  agenzie non dovrebbero fare affidamento sulla buona volontà delle industrie di criptovalute per ottenerli“, hanno scritto alcuni politici, tra cui la senatrice Elizabeth Warren.

In Europa  la Commissione europea ha recentemente finanziato un contratto da 800.000 euro (842.000 dollari) come parte dei suoi sforzi per verificare e affrontare l’impatto ambientale delle criptovalute.

L’impatto ambientale del mining stimola l’azione normativa degli Stati Uniti


Dopo il bando del mining di Bitcoin in Cina nel 2021, gli Stati Uniti sono diventati il più grande hub mondiale per il mining di Bitcoin.

L’aumento dell’attività di mining ha attirato l’attenzione a causa delle significative richieste energetiche, portando alcuni esponenti del partito democratico a sollecitare la divulgazione dei consumi legati al mining e l’impatto ambientale associato.

Nessuna delle società di crypto mining ha però fornito tutti i dati richiesti, spingendo il Congresso a chiedere al DOE (Department of Energy) e all’EPA (Environmental Protection Agency) di imporre la divulgazione pubblica di queste informazioni.

Il mining di criptovalute è una pratica legata soprattutto a Bitcoin, sono poche le crypto che ancora utilizzano l’algoritmo di consenso proof of work, che richiede un alto calcolo computazionale e un conseguente consumo energetico.

Ad oggi la tendenza è quella di utilizzare l’algoritmo di consenso proof o stake, molto meno energivoro perché basato sulla partecipazione economica tramite lo staking delle criptovalute.

Ethereum, ad esempio, Nel 2022 ha cambiato il suo algoritmo di consenso, passando dal POW al POS per ridurre i consumi e migliorare le prestazioni.

Il proof of work rimane però un algoritmo affidabile e in grado di rendere una blockchain più decentralizzata rispetto all’algoritmo proof of stake, caratteristiche che per Bitcoin rimangono fondamentali e imprescindibili.

Inoltre, nonostante quello che si pensi, i consumi legati al mining di Bitcoin non sono elevatissimi, soprattutto se paragonati ad altri consumi giornalieri in tutto il mondo.

Un’indagine effettuata negli USA lo scorso anno del vicepresidente di ClimateTech, Daniel Batten, ha rivelato che 29 società minerarie costituiscono il 16,48% dell’intera rete di mining di Bitcoin (BTC) e funzionano con il 90-100% di energia rinnovabile. In pratica il 52,2% di tutta la rete BTC utilizza energia pulita.

Il cloud mining su Bitcoin funziona?


Come abbiamo visto il mining di Bitcoin è ormai diventato un settore monopolizzato dai grandi gruppi di mining, vere e proprie società dedicate che utilizzano hardware costosissimi, inaccessibili dalla maggior parte degli utenti.

Esistono però metodi alternativi per il mining di Bitcoin, come ad esempio il cloud mining. Si tratta di speciali “contratti” da firmare online che permettono di noleggiare la potenza di calcolo  da un’azienda di mining, partecipando così agli utili senza acquistare, configurare e fornire energia elettrica.

Gli utenti pagano il fornitore di cloud mining per noleggiare una predeterminata quantità di potenza di Hash, la potenza di calcolo utilizzata per il mining delle criptovalute. In cambio, ricevono una parte dei profitti, proporzionale alla potenza di hash noleggiata e per il periodo di tempo stabilito nel contratto.

I vantaggi di questo metodo sono evidenti visto che non è richiesto nessun investimento economico e nessuna competenza tecnica per configurare l’hardware.

Di contro, il settore del cloud mining è purtroppo noto per le numerose truffe, con società che a volte spariscono da un giorno all’altro, senza onorare gli impegni. Inoltre vanno fatti bene i calcoli per non incorrere in contratti svantaggiosi, con costi d’affitto e di gestione troppo alti o ricompense di mining troppo basse.

Esiste però anche un’alternativa al contratto di cloud mining, ed è quello di ricorrere ai nuovi progetti blockchain dedicati.

Bitcoin Minetrix, ad esempio, è un progetto blockchain attualmente in fase di prevendita, dove ha già raccolto 10 milioni di dollari tramite ICO, che permette di effettuare il cloud mining di BTC senza dover ricorrere direttamente alle società di mining.

Il suo innovativo modello Stake-to-Mine, permette di acquisire crediti convertibili in potenza calcolo per il mining di Bitcoin. In questo modo tutta la parte burocratica legata alla scelta e alla firma del contratto vengono delegate. Qui basta mettere i token BTCMTX in staking sulla piattaforma per dare il via al mining.

 

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